1. A dar retta all'ottimo notaro Maccarone, il suo
intervento in questo Forum L'informatica di Don Chischiotte,
sarebbe frutto di una disobbedienza al comune amico Manlio Cammarata, al quale
mi lega, oltre la stima, il ricordo dei primi passi mossi nel settore che ancora
tanto ci appassiona. Poiché il cattivo esempio (se di questo veramente si
tratta), è più trascinatore di quello buono, mi si perdonerà se intendo con
queste poche righe riallacciarmi alla traccia di Maccarone per quanto riguarda l'aspetto
accademico delle nostre discipline.
2. Comincerò col condividere in pieno i rilievi mossi a quella sorta di "esame
in appalto" che è divenuta l'utilizzazione dell'ECDL nelle prove
idoneative d'informatica o negli esami d'informatica giuridica tout court.
E questo anche a prescindere dalle pur credibili doglianze circa il suo
rendimento didattico, vuoi per gli aspetti problematici legati all'asservimento
"all'uso acritico di una sola piattaforma" (vedi Qualche ipotesi di lavoro per la
commissione open source di Andrea Monti), vuoi
persino in punto di opportunità/legittimità dato che, come si legge nella
decisione del 14 giugno 2004, n. 5632, del Tribunale Amministrativo del Lazio,
"la c.d. 'Patente europea del Computer' non è (.) un titolo di studio o
abilitazione riconosciuta dall'Unione Europea, ma esclusivamente un marchio
industriale, tutelato da un brevetto comunitario (n. 655274) registrato
anche in Italia", laddove anche l'Autorità garante della concorrenza e del
mercato, nel parere del 26 febbraio 2004, ha ritenuto "problematico il
consolidamento di una preferenza assoluta da parte della Pubblica
amministrazione per una unica determinata certificazione, in quanto il
conseguente effetto di favore per gli operatori che offrono tale certificazione
- in associazione o meno a una preliminare attività di formazione - potrebbe
determinare una restrizione della concorrenza nel settore".
3. Più radicalmente peraltro mi pare contestabile l'idea di far apprendere
(investendo un bel po' delle risorse sempre più scarse destinate ai corsi di
giurisprudenza) a baldi giovanotti e a signorine in età da marito rudimenti d'informatica
che oggi anche i bimbi delle elementari padroneggiano senza esitare, quando
invece si sarebbe dovuto più propriamente puntare sulla professionalizzazione
informatico-giuridica dei futuri operatori del diritto (come non solo il
sottoscritto ma gran parte di chi si occupa nell'Università di queste cose
dice da anni inascoltato). In altri termini, la conoscenza del sistema computer
e delle sue elementari applicazioni informatiche e telematiche andrebbe ormai
presupposta così come si fa per lo scrivere e far di conto, considerato che, se
è vero, sulla base dei rilievi di Maccarone, che il ricorso al pc ha valenze
essenzialmente ludiche per la maggior parte dei giovani, la pratica del peer-to-peer
non è neanche un'operazione tanto banale.
4. Ampliando ancor più la visuale, è tuttavia lo stesso insegnamento dell'informatica
giuridica e del diritto dell'informatica che appare oggi versare in una
situazione critica che mette a dura prova coloro - oggi ormai non più tanto
giovani - che hanno scommesso sul razionale sviluppo della disciplina e su una
presa di coscienza libera da giochi di consorterie del legislatore
universitario.
Ritornando alle origini, si ricorderà come la prima apparizione della
disciplina, con l'etichetta in certo modo onnicomprensiva (o reputata tale) di
"informatica giuridica", avvenne nell'ambito del raggruppamento
scientifico-disciplinare della filosofia del diritto. Una tale scelta, se
costituiva un doveroso omaggio a chi come Losano e Frosini avevano
pionieristicamente coltivato certi interessi di studio, pose subito però il
problema del ritaglio della parte giuspositiva, ossia dello studio di quella
parte dell'ordinamento che, sotto l'incalzare di normative specifiche
civilistiche, amministrativistiche e penalistiche, andava costituendosi come un
vero e proprio corpus normativo dotato di una fisionomia autonoma.
5. A ciò sembrò porre rimedio la riforma dei raggruppamenti
scientifico-disciplinari allorché anche il "diritto dell'informatica"
fece ufficialmente il suo ingresso, distribuendosi sensatamente tra diritto
privato e diritto pubblico, e facendo intendere un assestamento dell'informatica
giuridica principalmente sui suoi aspetti logici e metodologici. Poiché le
sistemazioni razionali sono fastidiose, venne successivamente decretato che il
diritto dell'informatica era invece da intendersi essenzialmente come una
disciplina privatistica con buona pace della problematica delle libertà, ivi
compresa la privacy, nonostante che giurisdizioni costituzionali dell'emisfero
occidentale ne avessero messo a fuoco la coessenzialità più con il tema della
libertà che con quello del diritto dei contratti.
6. Nel frattempo però almeno l'informatica giuridica continuava il suo
percorso nell'alveo degli studi filosofici, con l'effetto di proporre all'accademia
i primi cattedratici della disciplina, condizione (anche se non la sola) per l'avvio
di scuole e di ricerche nel pianeta università.
7. Inopinatamente anche questo germoglio sembra destinato a disseccarsi, dato
che, come si legge nel decreto del ministro dell'Università e della Ricerca del
18 marzo scorso, il settore della filosofia del diritto dovrà limitarsi a
studiare i "profili filosofico-giuridici" dell'informatica giuridica, la
quale, dal canto suo, non si capisce bene dove sia finita (parce sepulto!).
8. Certo: alcune battaglie sono state già ingaggiate e forse anche tutti
coloro a cui stanno a cuore le nostre discipline pensano che non sia il caso di
rassegnarsi. Intanto però navigo malinconicamente sulle molteplici pagine
estere che il Web propone in tema di "Computer and Law" (678 referenze con
Google in data odierna). Il pessimismo è di rigore!
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