Sarebbe consentito ad un commentatore politico scrivere su un giornale che Luciano Violante è presidente del Senato eletto nelle fila del Ccd? E a un cronista sportivo che Sacchi, originario della Calabria, è l'allenatore della nazionale Under 21 di pallavolo? Oppure a un giornalista economico che il patto di sindacato è un accordo tra Cgil Cisl e Uil? No, non sarebbe consentito. Eppure svarioni di questa entità compaiono a cadenza regolare sui giornali e sulle agenzie di stampa italiane quando si occupano di Internet con i suoi annessi e connessi. E senza che nessuno chieda, il giorno dopo, al giornalista di dedicare la sua professionalità a miglior causa.
Sembra che Internet sia una sorta di "zona franca"
nella quale tutti i componenti di una redazione si sentono legittimati ad
entrare, scrivere la prima cosa che si sentono di scrivere e poi uscire senza
che nessuno gliene chieda conto. Nessuno perché nella maggior parte dei casi
nelle redazioni dei giornali e delle agenzie di stampa chi è collegato a
Internet è ancora un'esigua minoranza nella quale non è compresa la maggior
parte di capiredattori e direttori (c'era Veltroni, ma ora si occupa d'altro).
Così mentre più o meno tutti sanno che Luciano Violante non è presidente del
Senato ma della Camera eletto nelle lista Pds e che Sacchi, nato a Fusignano,
allena la Nazionale di calcio e che un patto di sindacato è un accordo tra gli
azionisti di un'azienda, pochi, dentro i giornali, nelle Tv e le agenzie di
stampa, sanno che il simbolo @ sta ad indicare un indirizzo di posta elettronica
e non quello di un sito World Wide Web.
Quest'ultimo esempio non è campato per aria perché è uno dei due più diffusi
errori che si riscontrano nei lanci delle agenzie di stampa quando annunciano
che una società o un'associazione ha aperto un sito in Internet. L'altro, che
non è propriamente un errore ma un'irritante omissione, consiste
nell'annunciare le meraviglie delle risorse di un dato sito senza pubblicarne
l'indirizzo.
Ma il massimo lo si raggiunge quando il giornalista di turno affronta, con
indubitabile impegno e spirito di sacrificio, problemi più complessi legati ad
aspetti culturali, politici e, addirittura, medici di Internet. L'inserto
"Corriere Salute" del Corriere della Sera del 17 giugno ha affrontato
proprio questo aspetto, ma lo ha fatto in un modo tale da rendere legittimo un
ricorso all'Associazione dei consumatori per chiedere il rimborso del prezzo del
giornale.
D'accordo tutto, ammettiamo la fretta, la carenza di notizie rispetto allo
spazio assegnato, consideriamo che magari il giornalista non è un medico, ma
l'affermazione in base alla quale l'uso intenso di Internet può provocare
"movimenti involonatri delle dita come se stessero manovrando la tastiera
del computer" va al di la del bene e del male. Una frase del genere
meriterebbe di essere scolpita in lettere d'oro sulla porta d'ingresso di tutti
i teatri di cabaret italiani come perenne esempio agli attori comici di che cosa
significhi scrivere testi per commedie brillanti.
Si può fare dell'ironia, certo, ci si può scherzare sopra,
naturalmente, ma sarebbe sbagliato prendere tali esempi solo come estemporanee
esibizioni di incompetenza e pressapochismo perché da strafalcioni di questo
genere scaturiscono poi bufale clamorose di portata molto più rilevante come
quella del ragazzino siciliano che entra nel sistema informativo della Banca
d'Italia. Era una balla che solo pochi giornali si sono presi la briga di
rettificare.
Ora: provate ad immaginare che cosa succederebbe se un giornale nazionale
insinuasse l'ipotesi che l'archivio elettronico di una banca, o della Borsa o
del ministero della Difesa sono stati violati. Se la notizia non fosse vera
(come non era vera quella della Banca d'Italia) la banca, come minimo, citerebbe
per danni il giornale, gli scambi in Borsa subirebbero dei rallentamenti per le
inevitabili verifiche tecniche e il ministero della Difesa si troverebbe in
imbarazzo con i partner internazionali.
In qualche modo, insomma, l'incompetenza giornalistica ha già
percorso metà della sua strada: dalle chioccioline messe lì a indicare una
pagina WWW si è passati alle dita che si muovono da sole per finire al
ragazzino siciliano che viola gli archivi di Bankitalia.
L'altra metà della lunga strada dell'incompetenza porta dritta dritta alla
diffusione di notizie apparentemente innocue ma nella realtà pericolosissime.
Come quella pubblicata da "Tribuna stampa", organo dell'ordine dei
giornalisti di Roma, dove, per definire la rete, Luigi Vigevano scrive:
"Sviluppo impetuoso, mancanza di leggi e pericolo perfino di essere uccisi
(alcune cronache di pochi mesi addietro hanno purtroppo confermato anche questa
ipotesi)". Già: alcune cronache di pochi mesi addietro hanno purtroppo
confermato che l'uso del cervello può provocare improvvisi sussulti di buon
senso. Ma non è questo il caso.
Il fatto più grave è che di fronte a tutto ciò il lettore medio, quello che
non è tenuto a conoscere il significato della chiocciolina, è totalmente
indifeso. Come fare a spiegare ad una mamma che le dita di suo figlio non
corrono alcun pericolo? E come fare a convincere un papà, già perplesso sulla
necessità di spendere 3-4 milioni per il computer del figlio, che Internet non
è un bordello planetario? C'è mai stato qualcuno che ha quantificato il danno
che le "cyberpornografiche" copertine dei settimanali italiani hanno
causato alla diffusione di Internet nel nostro Paese? Questa sarebbe una bella
ricerca.
Per quanto mi riguarda temo che ormai il danno sia stato fatto e
che chi non è collegato ad Internet, e quindi non ha la possibilità di
verificare di persona le notizie che i giornali pubblicano, si sia assuefatto
all'idea che il sesso sia l'anima di Internet. Anzi, il suo oppio.
Proviamo, allora, a chiederci come evitare danni ulteriori. Una strada potrebbe
essere quella di impegnare i giornalisti che si occupano di Internet a seguire
alcune elementari norme di comportamento professionale. Così come
l'associazione dei giornalisti sportivi non tollera che un proprio aderente
scriva che Sacchi è l'allenatore della nazionale di pallavolo, così questa
ancora ristretta comunità di giornalisti "informatici" non dovrebbe
tollerare che un proprio aderente scriva che Internet è una Bbs. Certo, non
esiste alcuna associazione "dei giornalisti che scrivono di Internet"
e nemmeno se ne avverte la mancanza (a meno che non fosse in grado di strappare
sconti sugli abbonamenti agli Internet provider come l'ordine dei giornalisti è
in grado di fare con le Ferrovie dello Stato). Ciò che sarebbe utile credo che
sia una sorta di "carta dei doveri" da far sottoscrivere a tutti
coloro che nel panorama editoriale italiano si occupano, anche saltuariamente,
di tematiche legate ad Internet.
Questa "carta" dovrebbe contenere alcune semplici norme. Provo ad
elencarne alcune:
1) Mai scrivere di un sito senza indicarne l'indirizzo.
2) Mai dare per scontato che l'indirizzo del sito sia quello giusto solo perché
trascritto da un altro giornale.
3) Indicare esattamente se si sta parlando di indirizzo di posta elettronica o
di indirizzo di una pagina WWW.
4) Indicare se il sito del quale si sta parlando è di libero accesso o se
occorre una password e se la password è gratuita o a pagamento.
5) Indicare, nei limiti del possibile, se un tale programma shareware residente
in un computer di un Paese straniero è scaricabile anche dagli utenti italiani.
6) (la piu' importante) Disporre di un collegamento full Internet da almeno un
anno.
Banalità, si dirà. Ma anche molte leggi vigenti in Italia sono
piuttosto banali, pur non essendo mai state applicate. Se un cronista
sottoscrivesse questa breve lista di grandi banalità (che può e deve essere
integrata da altri suggerimenti) si sentirebbe, credo, maggiormente vincolato a
rispettare anche i più elementari doveri giornalistici: controllare le notizie,
tutte le notizie, prima di pubblicarle. Se poi anche questo non dovesse servire,
allora non ci resta che rassegnarsi alle dita che si muovono da sole.
(06.07.96)
Marco Cobianchi, giornalista, redazione economia de L'avvenire