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Protezione dei dati personali

Quella che manca è la cultura della privacy

di Manlio Cammarata - 08.05.08

 
Il Garante per la protezione dei dati personali ha dichiarato illegittima la pubblicazione sull'internet delle dichiarazioni dei redditi del 2005 di tutti i cittadini italiani. Il provvedimento  è corretto e tempestivo, anche perché tiene conto del fatto che la pubblicazione on line ha effetti diversi da quelli della messa a disposizione dei dati in determinati uffici.
Ma le polemiche continuano. In sostanza si ripropone il problema di trovare un punto di equilibrio tra riservatezza e trasparenza. Le discussioni sul punto risalgono a tempi che precedono le leggi sulla protezione dei dati e non finiranno mai.

Ma la vicenda induce ad alcune considerazioni interessanti, che vanno al di là del fatto specifico.
La prima è che ormai "siamo tutti in rete". Ci piaccia o non ci piaccia, questa è la realtà: siamo in rete come soggetti attivi, quando usiamo un computer e un collegamento all'internet; lo siamo come soggetti passivi quando informazioni che ci riguardano sono reperibili on line. L'esistenza della rete coinvolge tutti noi e riguarda anche coloro che non hanno mai messo le dita sulla tastiera di un PC.

I corollari sono quelli noti: in primo luogo l'incontrollabilità dei flussi di informazioni, la difficoltà di verificarne l'esattezza, l'impossibilità pratica di impedirne la diffusione e via elencando. Tutto questo dovrebbe essere chiaro nella mente dei legislatori e degli amministratori, e invece non lo è. Chi pensa che mettere on line le dichiarazioni dei redditi sia la stessa cosa che renderle disponibili in appositi uffici, non ha capito nulla della società dell'informazione.

Ieri sera a Ballarò un noto politico della nuova maggioranza ha detto che "queste cose non si devono fare fino a quando non saremo in grado di controllare la rete": se questo è l'inizio, ci aspettano tempi duri. Perché il problema che si deve porre la politica non è il controllo della rete, tecnicamente impossibile, ma il suo uso corretto a favore dei cittadini. Tanto per fare un esempio e non lasciar cadere un tema che ci sta a cuore: gli stessi argomenti che sono stati addotti per affermare la legittimità della diffusione delle dichiarazioni dei redditi potrebbero essere usati per giustificare la pubblicazione dei testi vigenti delle leggi, che aspettiamo inutilmente da quindici anni (vedi, da ultimo, L'accesso alle norme deve essere un servizio pubblico).

Un'altra considerazione, altrettanto amara, riguarda la "cultura della riservatezza". A più di dieci anni dalla prima legge sulla materia, appare evidente che chi ha preso la sconsiderata decisione di mettere on line i contenuti delle dichiarazioni dei redditi, non solo non si è curato delle conseguenze della pubblicazione, ma non ha afferrato i principi essenziali dell'uso dei dati personali. E' vero che il legislatore ha affrontato il tema in un modo che ha concentrato l'attenzione più sugli aspetti burocratici che su quelli sostanziali (in particolare con la legge 675/96), sicché il problema della riservatezza dei dati sembra risolto chiedendo una firma sotto un'informativa. Ma è vero anche che questa informativa non sempre è corretta.

Un solo esempio: il diffusissimo mensile Quattroruote offre ai lettori le annate raccolte su CD-Rom, che si possono ordinare con una semplice cartolina sulla quale bisogna scrivere nome, cognome, indirizzo e, incredibile, il numero della carta di credito. Su una cartolina, leggibile da chiunque!
Non basta. Un'informativa, scritta in caratteri piccolissimi, dichiara che "I suoi dati potranno essere usati anche per finalità di promozione commerciale", senza la richiesta di una firma per un trattamento non essenziale per l'esecuzione dell'ordine. Dunque un trattamento illecito, del quale l'editore non sembra curarsi.

Se siamo a questo punto, abbiamo buttato via dieci anni. Evidentemente le norme, così come sono, non bastano. Come osserva Andrea Monti, commentando il provvedimento del Garante sulla diffusione delle dichiarazioni dei redditi La decisione è ineccepibile, ma la legge è insufficiente.
Se la noncuranza in materia di riservatezza dei dati personali accomuna un ministro della Repubblica e un importante editore (punte di un iceberg colossale), allora nel sistema c'è qualcosa che non funziona.

 

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