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InterLex - RIVISTA DI DIRITTO TECNOLOLOGIA INFORMAZIONE

 

 

Alziamo lo sguardo dallo schermo del telefonino, se vogliamo capire la cittadinanza digitale

-  Manlio Cammarata* - 18 dicembre 2017

Vent'anni dopo il primo numero di InterLex, ventidue dopo il primo Forum, ci ritroviamo per parlare della "Cittadinanza digitale".
Devo a Stefano Rodotà questo titolo. Lo avevo incontrato in primavera, pochi mesi prima della sua scomparsa, proprio mentre stavo pensando se lanciare un nuovo Forum, in cui discutere ancora di quella che non chiamiamo più "società dell'informazione", ma resta, sempre di più, "la società vulnerabile".

Il colloquio fu breve. Ma bastò per convincermi e trovare un tema dal quale partire. Rodotà aveva scritto:
"La cittadinanza digitale è ormai parte della cittadinanza senza aggettivi, del nucleo inscalfibile di diritti che ciascuno porta con sé quale che sia il luogo dove si trova"
.
E molto tempo prima, pochi giorni dopo l'11 settembre:

"Trasferita nel ciberspazio, frammentata in una molteplicità di banche dati dappertutto nel mondo, l'identità personale divisa esplode nella rete. Ciascuno di noi è "uno, nessuno, centomila". La personalità corrisponde alle molteplici finestre aperte sullo schermo. E si è potuto dire che 'queste finestre sono divenute una potente metafora per pensare il sé come un sistema, multiplo, distribuito'.
La possibilità per ciascuno di noi di ricostruire la propria identità, di riconoscersi come unità, dipende sempre più chiaramente da regole di base identiche dappertutto, dunque da uno statuto giuridico globale della persona elettronica"
. (Uno statuto giuridico globale della persona elettronica, InterLex dell'11 ottobre 2001).

Ma proprio in questi giorni, in quell'America che ci ha dato l'internet come rete delle libertà – presupposto della libera cittadinanza digitale – si annulla il principio della Net neutrality e si disegna un'asimmetria dei poteri che nega quella stessa libertà.
Allora dobbiamo chiederci se tutto quello che abbiamo scritto in questi mesi nel Forum coglie il senso delle sfide in atto, anche ripensando ai vent'anni della legge 675.

Dovremmo rileggere, uno per uno, i contributi che sono stati pubblicati su queste pagine dall'8 maggio scorso. Contributi pieni di spunti che vanno ben oltre le incongruenze del Codice dell'amministrazione digitale, o le difficoltà di interpretazione poste dal GDPR, o i rischi dell'Internet of Things.
Spunti che però sono rimasti tali. Non sono stati affrontati per inquadrare nel suo contesto più ampio il tema di volta in volta trattato: il contesto, appunto, della cittadinanza digitale

E' necessario alzare lo guardo dallo schermo del telefonino e guardare lontano. Dobbiamo capire che cosa c'è all'orizzonte, nel baratto asimmetrico tra i dati di ciascuno di noi da una parte, e l'accesso all'internet e ai social, o al semplice uso della posta elettronica, dall'altra.

Accesso che si intende – o si intendeva – libero, non condizionato da barriere commerciali o dall'uso subdolo del nostro "profilo". Non c'è cittadinanza digitale se manca una vera libertà di scegliere, di decidere, "di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere", come recita la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

* Direttore di InterLex

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